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      Dalla tua ultima lettera mi pare che anche tu senti che c'è qualcosa che non va in questa nostra corrispondenza senza continuità, a pezzi e bocconi, a salti di mesi e mesi. Il peggio è che io non riesco a trovare il modo di mutare il corso delle cose. Negli intervalli lunghi del tuo silenzio rifletto a questa situazione che si è andata formando, cosí diversa da ciò che io pensavo cinque anni fa, dopo il mio arresto. Credevo che sarebbe stata ancora possibile una certa comunanza nella nostra vita, che tu mi avresti aiutato a non perdere completamente il contatto con la vita del mondo; per lo meno con la tua vita e con quella dei bambini. Mi pare invece e lo dico anche se devo farti provare un forte dispiacere, che tu hai contribuito ad aggravare il mio isolamento, facendomelo sentire piú amaramente. Tu insisti spesso, nelle tue lettere, che noi «siamo piú fortemente uniti, piú forti», ma appunto ciò mi pare sempre piú che non sia vero e che tu stessa ne dubiti e lotti col tuo dubbio nel momento stesso che ripeti questa affermazione. Mi pare che nel corso di questi cinque anni noi siamo sempre piú diventati dei fantasmi, degli esseri irreali l'uno per l'altro. Come dei fantasmi possono essere piú uniti e piú forti? Una volta, molto tempo fa, mi è stato scritto che la tua borsetta era piena di lettere tue a me, incominciate e non terminate: questo fatto mi ha colpito piú di ogni altra cosa, perché il significato di esso non è dilettevole. Voleva dire che tu non riesci a scrivermi, che c'è qualcosa che si frappone e ti impedisce di comunicare con me.


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Lettere dal carcere
di Antonio Gramsci
pagine 803