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      L'on. Quindicilire non crede piú a nulla; o meglio non crede che all'ingenuità di quei proletari torinesi che gli assicurano uno stipendio di viceministro.
      Conosco un altro riformista torinese temutissimo e odiatissimo, fautore fervido delle opere di assistenza per i fratelli colpiti dalla guerra; questi ha saputo dignitosamente astenersi dai festeggiamenti dei passati giorni. Io guardo il caso Nofri prescindendo dal riformismo e dall'interventismo: lo riguardo di per se stesso, come un'espressione della miseria politica e morale di un uomo che non sa comprendere la delicatezza della sua situazione. O con noi o contro di noi. È l'imperativo categorico di tutte le fedi vere e profonde e sentite. L'on. Quindicilire non sente, vegeta; guadagna quasi come un ministro, conciona per la guerra e crede di adempiere a tutti i suoi doveri civici versando quindici lire per le opere di assistenza.
      Non sente e irride all'angoscia di quel partito che lo «mantiene» e che in questi giorni ha dovuto fare violenza alle proprie forze per rattenerle, per non lasciarle disfrenare in una protesta clamorosa.
      Vorrei fare una proposta; vorrei proporre una sottoscrizione per racimolare quella somma solo per la quale, senza nocumento per la nostra azienda cooperativa socialista, è possibile mettere alla porta il corteggiatore, il lacchè di S. E., nonché mantenuto dal Partito socialista torinese; metterlo alla porta dell'edificio di viale Stupinigi, a pedate nel sedere.
      Ecco il trattamento che ormai il mantenuto si merita: calci nel sedere.


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Sotto la mole
1916-1920
di Antonio Gramsci
pagine 742

   





Nofri Partito Stupinigi