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      Ci hanno chiamati demagoghi perché ci piace chiamare «pescicani» i fornitori militari. E ci hanno fatto osservare che alcuni di questi pescicani pagano duemila lire la loro inserzione nel nostro giornale. Siamo «demagoghi» perché non ci lasciamo guidare nelle nostre valutazioni dal criterio dell'utile; evviva dunque la demagogia. Siamo demagoghi perché non siamo imbecilli, perché non vogliamo confondere l'inconfondibile. Perché non ci vergognamo che il nostro giornale prenda duemila lire per un contratto di pubblicità liberamente accettato, perché in libera concorrenza con gli altri datori di pubblicità, mentre siamo persuasi che debbono vergognarsi dei loro guadagni, che possono essere chiamati «pescicani» quelli che abusano della loro indispensabilità, della mancanza di concorrenza per svaligiare l'erario pubblico, per imporre i prezzi che permettano gli arricchimenti subitanei e il ritiro in pensione dei fortunati che hanno approfittato del momento buono. Perché non muoviamo dalle apparenze fallaci, perché non giudichiamo dal criterio dell'utile immediato, siamo demagoghi, e gli altri sono persone serie, maestri di bel vivere. Con questi capovolgimenti di senso comune si dimostra la nostra disonestà, la nostra demagogia. E si contribuisce niente altro che a una trasformazione dei significati delle parole del vocabolario italiano.
      (10 ottobre 1917).
     
     
      LA TESSERA EPISTOLARE
     
      Il «Giornale d'Italia», organo ufficioso di tutte le autorità, nell'articolo editoriale del 16 ottobre ci dà uno schema perfetto del come dovranno essere redatte le corrispondenze dei cittadini abitanti in zona di guerra, dopo il bando Cadorna:


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Sotto la mole
1916-1920
di Antonio Gramsci
pagine 742

   





Italia Cadorna