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      Ma questi, infuriato pel pericolo corso, e fremente di vergogna, tornò all'assalto con maggior precipizio, tanto che il Ramengo incalzato di fronte fu costretto a dar indietro, e nel ripararsi non potè più serbare il misurato e freddo magistero di prima: troppo rapida era la tempesta dei colpi, che vincevan l'occhio non che la mano, troppo sfrenato e violento l'impeto con che il giovane gli si avventava contro, gli piombava addosso. Fu però tanto avvisato il campione del monastero, nel destreggiar continuo che faceva, da potersi giovare d'una falsa mossa del suo avversario, per iscaricargli un'altra picchiata che colpì lo scudo nel bel mezzo e glielo fracassò di pianta. Lupo sentissi intormentir la mano, e s'accorse del danno vedendo la targa rotta ripiegarglisi sul braccio: allora aperse il pugno, lasciò andar le guigge, e gittato per terra quello stromento inutile di difesa, afferrò per disperato il bastone a due mani, lo sollevò in alto al di sopra del capo, e con quanta forza glien'usciva dalle braccia, tirò giù un colpo spaventoso, misurato alla testa del suo percussore. Questi era stato pronto a coprirsi collo scudo la parte minacciata, ma la grossa e salda mazza venne sì furiosa e con tanta possa che lo scudo stesso gli ripicchiò sul cranio, ed ei ne fu tutto intronato; si sentì zufolar le orecchie, gli si appannò la vista, gli traballaron sotto le ginocchia, vacillò, barcollò un momento, alla fine diede uno stramazzone distendendosi per terra quant'era lungo, come una cosa morta.


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Marco Visconti - Storia del Trecento cavata dalle cronache di quel tempo e raccontata da Tommaso Grossi
di Tommaso Grossi
Vallardi Editore Milano
1958 pagine 484

   





Ramengo