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      - Quand'io ti faceva fra i rompicolli tuoi pari a maneggiar lance e spade, a novellar di cavalli e di tornei, e tu ti ficchi fra i cherici a tenzonar di papi e di canoni?
      - Sapete pure, - rispondeva il giovane un po' confuso, ma contento nullameno di poter in qualche modo avviare il discorso, - il Conte è in Milano da poco tempo: io gli ho grazia di tante cortesie; e... vi dirò il vero..., anche colla famiglia... - Ma non andò più innanzi però che vide sul volto del suo ascoltatore una aspettazione fosca e ombrosa. - Poveretto me! -, disse in cuor suo, - non l'ho côlto in buon punto; che egli abbia qualche cosa per la fantasia? -. Rivolse dunque il discorso ad altro, senza poter nascondere l'imbarazzo d'uno che va accattando parole per non rimaner goffo nel momento in cui quelle che avea in bocca già bell'e alla via per venir fuori, è obbligato a rinfoderarle.
      Marco lo lasciava dire, studiando in silenzio quella sua aria scompigliata, quell'anfanare, quell'avvolgersi che facea, e gli teneva fiso freddamente addosso un suo sguardo penetrativo con che parea volerlo passar fuor fuori; uno sguardo, incontro al quale non era occhio sì alto, tanto sicuro che non si abbassasse. A levare il giovane di quell'imbarazzo s'affacciò all'uscio un paggio annunziando che l'abate di Sant'Ambrogio aspettava di fuori.
      - Ch'ei venga, - disse il padrone; e il giovane se ne andò, un po' indispettito da quel procedere, ma senza però farne gran caso, chè ne diede cagione all'umore fantastico del suo signore, piuttosto che ad altro, e si tenne sicuro di venire a' suoi intenti al primo momento che l'avesse trovata in buona.


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Marco Visconti - Storia del Trecento cavata dalle cronache di quel tempo e raccontata da Tommaso Grossi
di Tommaso Grossi
Vallardi Editore Milano
1958 pagine 484

   





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