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      Poi ch'ebbe finito di leggere, Marco gittò dispettosamente quel foglio sul tavolino, dicendo: - E pur sempre infingimenti e doppiezze! a che dura scuola mi vien educando costui... oh! io non era nato per questa vile età!... Pure... - ma senza finir altrimenti la frase incominciata, pigliò ed aperse la lettera d'Azzone. Il nipote Vicario l'informava anch'egli per disteso de' nuovi avvenimenti, gli esponeva le cagioni che l'avean costretto a dichiararsi contro il Bavaro, lo pregava che tenesse occupati i Tedeschi del Ceruglio perchè non venissero a rinforzare il suo nemico; e che avvalorasse de' suoi buoni uffici le offerte d'amistà e d'alleanza fatte a vari comuni di Toscana e di Romagna; in fine gli domandava alcuni avvisi intorno al modo di fortificar Milano.
      Le altre lettere di vari signori lombardi eran tutte presso a poco d'un tenore; scuse dell'essersi accostati ad Azzone costretti dalla necessità, proteste di fede alla causa di Marco, più o meno impacciate, e tutte fredde assai più dell'ordinario. Marco sogghignava nel veder quell'avvoltura, quel viluppo di parole e di frasi, sotto le quali i suoi vecchi amici cercavano di nascondere la loro slealtà: egli avea troppa esperienza degli uomini per provarne sdegno o maraviglia. - Mi reputan ben venuto al poco costoro -, diceva in cuor suo: - ma quando mi sapranno signore di Lucca, e le cose di Lombardia siansi schiarite, torneranno a diventarmi buoni e cari. -
      Allora fece chiamare il Pelagrua. Questi, che non potea rinvenire dallo stupore d'aver trovato il suo padrone principe d'una sì potente città, quando non s'aspettava che di vederlo alla testa d'una masnada ribelle, in un castellotto di Val di Nievole; entrando nella sala gli si chinava profondamente, e volea cominciar a dire della sua maraviglia, del suo contento; ma il Visconte gli ruppe le parole in bocca domandandogli: - Hai tu veduto Lodrisio prima di partire?


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Marco Visconti - Storia del Trecento cavata dalle cronache di quel tempo e raccontata da Tommaso Grossi
di Tommaso Grossi
Vallardi Editore Milano
1958 pagine 484

   





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