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      .. Egli vuol pur ridere quando gli dirò di codesti amori. Basta, piglierò lingua da lui, chè in ogni caso voglio aver franche le spalle. -
      Intanto che il castellano di Rosate faceva tali conti addosso al padrone, questi, che s'era coricato, ma non potea pigliar sonno, precorrendo coll'immaginazione il suo servitore, il quale galoppava verso Milano, già stava in mezzo a quella sua cara città, e gli pareva ora d'esser nel palazzo del Vicario, e conferir con lui e coi fratelli le cose dell'assedio, ora di scorrere per le vie e per le piazze, e visitar gli arsenali e le maestranze, e veder macchine ed armi, e incoraggiare colla voce e coll'esempio i cittadini alla difesa delle mura. Ma dietro quelle immagini scorrenti e variate di luoghi, di cose, di persone, una ve n'avea che gli durava fissa, immobile, pertinace; sotto ai moltiplici commovimenti che gli si venivan successivamente destando nel cuore, vi perseverava un senso profondo che ne occupava il più intimo; un senso or più or men distinto, velato qualche volta dagli altri affetti, ma fuso però sempre insieme con essi, e dante a tutti tempera e modo; un senso che era in quel trambustìo, dirò così, come il basso continuo in una sinfonia d'organo.
     
     
     
      CAPITOLO XX
     
      Marco Visconti, dopo lung'ora, stordito alla fine e stracco dal travaglio della mente, smarriva quella torbida cura in un sonno ritroso e mal riposato. Intanto dal quartiere del guardacorpo posto nell'androne del palazzo erano stati messi a far guardia nella prima anticamera del nuovo signore tre soldati, due tedeschi ed un lucchese.


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Marco Visconti - Storia del Trecento cavata dalle cronache di quel tempo e raccontata da Tommaso Grossi
di Tommaso Grossi
Vallardi Editore Milano
1958 pagine 484

   





Rosate Milano Vicario Visconti