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      - E Lupo? - domandò Bice.
      - Lupo, giacchè gli è capitato, lo ritenne con sè, chè lo vuoi spedire stanotte in un servizio pel padrone del castello.
      - Ma dunque?...
      - Dunque il vostro sposo mi vi manda a dire che stiate di buon animo, che domattina lo vedrete a Castelletto senza fallo.
      - E anche Lupo verrà a Castelletto domattina? - chiese Lauretta.
      - Anche Lupo, - rispose il corriere.
      - Ora, se vi piace, - parlò lo scudiere del Conte, - farò allestir le cavalcature.
      Bice accennò di sì; in un momento tutto fu in ordine, e si misero in via. La padrona e l'ancella, montate sui loro palafreni, furono tolte in mezzo dai due, coi quali avevano fatto il dialogo riferito qui sopra; il resto della truppa veniva dietro a pochi passi.
      La notte era scura, il tempo parea buttarsi al cattivo: non c'era in volta anima viva: come furono un bel tratto fuori del paese, Bice, sentendo dietro fra gli uomini della scorta un tramestìo, un gridare, un menar di colpi, disse allo scudiere di suo padre che le stava al fianco, che accorresse ad acquetare una rissa che parea insorta.
      Ma questi: - È un assalto di masnadieri, - le rispose, e cacciando innanzi di galoppo il suo cavallo, prese pel freno quel della padrona, e se lo trasse dietro, intanto che il corriere che accompagnava l'ancella faceva altrettanto con lei.
      - Sentite! - insisteva pure la figlia del Conte, - sentite: è la voce di Ricciardino; correte, correte a dargli aiuto! - Ricciardino era il nome dell'altro scudiere di suo padre rimasto colla gente d'arme venuta dal Seprio.


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Marco Visconti - Storia del Trecento cavata dalle cronache di quel tempo e raccontata da Tommaso Grossi
di Tommaso Grossi
Vallardi Editore Milano
1958 pagine 484

   





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