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      E volete sapere di chi è questo castello in cui siamo? È d'un gran barone, d'un signore potente e formidabile, innanzi al quale si piegano riverenti i principi stessi; ed egli non si piega a nessuno fuorchè alla bellezza del vostro volto.
      Lauretta tutta sgomentita, vedendo che la padrona non parlava, domandò essa con voce fioca e tremante: - Oh Dio! sarebbe dunque vero che noi fossimo?...
      - A Rosate, - soggiunse tosto quell'altro, - nel castello di Marco Visconti.
      Al suono di quelle parole, la sposa d'Ottorino cadde come morta in braccio all'ancella, la quale piangendo a lagrime dirotte trascinò la svenuta fino al letto; ed alzatala di peso, ve l'adagiò sopra, respingendo col furore che le veniva dalla disperazione le mani scellerate dei due che volevano prestarle aiuto in quel pietoso ufficio.
      Intanto che queste cose succedevano a Rosate, Lupo, stanco dall'aver viaggiato tutto il giorno, smontava ad un alberghetto, e messo il cavallo nella stalla, dopo d'averlo governato di sua mano, veniva alla cucina a farvi preparare un po' di cena anche per sè. In un momento fu ammannita; il viaggiatore si pose al desco, si ristorò con quel poco che dava il luogo, quindi chiedeva all'oste che lo accomodasse di un lettuccio, come ch'ei fosse, per gettarvisi a dormire.
      - Ve ne darò uno in una cameretta qui presso, - disse il taverniere, e, presa una lucerna, s'avanzava verso il luogo indicato precedendo il suo ospite; ma non erano ancora usciti dalla cucina, che si videro entrarvi due uomini armati, uno dei quali, dopo aver gettato gli occhi addosso a Lupo, battè una mano sulla spalla dell'oste con cui parea in gran dimestichezza, e gli disse:


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Marco Visconti - Storia del Trecento cavata dalle cronache di quel tempo e raccontata da Tommaso Grossi
di Tommaso Grossi
Vallardi Editore Milano
1958 pagine 484

   





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