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      Oltre di che, se la cosa dovea portarsi al giudizio dei ferri, si sarebbe venuto a propalar cose che l'avrebbero coperto d'infamia pel resto dei suoi giorni.
      Quel malvagio, messo a sì forte punto, gittossi al disperato del tutto, e per isfuggir alla mala ventura che gli stava sopra pel tradimento consumato, ne meditò e ne compì un nuovo, più vile, se è possibile, più abbominevole dei primo.
      Scrisse ad Azzone fingendosi ravveduto e dolente della sua fellonia, gli rivelò tutte le trame di Marco per torgli lo Stato, offerendogliene le più irrefragabili prove con una infinità di lettere, di note e d'altri documenti, che erano in sua mano: mandò le scritture al loro ricapito, lasciò in casa ai famigli, che venendo Marco a chieder di lui, gli dicessero che egli era ito in palazzo a conferire alcune cose col Vicario. Ciò fatto salta a cavallo, esce difilato da Porta Giovia, e non ismonta di sella prima d'essersi posto in sicuro oltre i confini della signoria di Milano.
      Marco cieco, fuori di sè stesso dall'angoscia, dal furore; avendo in dispetto, non ch'altro, pur la terra che lo sosteneva, l'aria del mattino che gli batteva per la fronte, il sole che si levava a illuminare la sua via; gonfio il cuore d'una cupa e procellosa smania di vendetta, non respirando altro che sangue e morte, corse a Milano; e ingannato dal falso annunzio avuto nella casa di Lodrisio, si rivolse al palazzo del Vicario, dove il lettore ben intende come ei fosse aspettato.
      Lasciato in una prima sala uno scudiere che s'era tolto seco andò innanzi solo, e domandò ad alcuni famigliari di quell'abborrito ch'ei cercava.


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Marco Visconti - Storia del Trecento cavata dalle cronache di quel tempo e raccontata da Tommaso Grossi
di Tommaso Grossi
Vallardi Editore Milano
1958 pagine 484

   





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