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      - Nella mischia si avventava impetuoso, gridava, menava terribili colpi, non mosso da voglia di sangue, non da odio della umana natura, ma piuttosto da giovanile ferocia, non altrimenti che se gli uomini fossero belve destinate a caccia reale. Però sovente riducendosi verso sera al campo dopo di aver vagato lontano per la intera giornata, appena asceso il rovescio dei monti che riguardano Firenze, si lasciava andare giù da cavallo, e traendoselo dietro per le briglie attorte al braccio, contemplava lo spettacolo che si offeriva al suo sguardo: - sopra un cielo di fuoco si dileguavano i contorni delle superbe fabbriche di Firenze; - la luce che manca si trattiene a brillare un momento su la cima degli edifizii, come la vita si restringe al cuore innanzi di cessare, - poi si estingue; - allora la squilla diffonde per l'aria un suono lugubre, quasi Geremia che lamenti la caduta città, ed empie il cuore di compassione e di spavento. In quel punto un fremito interno agitava Bettino, e, col pensiero percorrendo l'andata sua vita, rammentava aver sentito una simile cura certo giorno che sul crocicchio di due strade contemplò una giovane romana genuflessa davanti la immagine della Madre di Dio, ed accostandosi a lei la udì supplicare di pace per l'anima della defunta sua genitrice; - e certo altro nel quale un fanciullo lo richiese di un po' di elemosina per un vecchio soldato privo del ben della luce seduto sopra la pubblica via; - il misero logorò la vita non per l'Italia, ma per i suoi tiranni, - colpa più dei tempi che sua; - ed i tiranni, quando egli diventò cieco, toltegli le armi, lo abbandonarono mendico a tapinare su la pubblica via.


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L'Assedio di Firenze
di Francesco Domenico Guerrazzi
Libreria Dante Alighieri Milano
1869 pagine 1163

   





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