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      Però quando Firenze, venuta meno ogni speranza d'accordo, deliberò sostenere gagliardamente la guerra contro le armi collegate dello imperatore e del papa, i Volterrani mandarono ambasciatori alla Signoria per offerirle tutte le forze loro in quanto valevano. Cresciuto il pericolo ed occupato in gran parte dal nemico il dominio, ottennero licenza dal capitano Nicolò dei Nobili di armarsi e di provvedere con ogni argomento tornasse loro più destro alla difesa della città. Ma l'affezione veniva meno con la fortuna: quotidianamente cresceva il numero di coloro che dissuadevano gli animi da mettersi in mezzo a fortune per lo meno incerte e difficili, e con la speranza dei beneficii del barcamenare gli lusingavano: e l'uomo, per sua natura, senza mestieri di sollecitazioni, vediamo essere ad abbandonare l'amico infelice pel nemico avventurato anche troppo inchinevole: infida, ma potentissima paciera, - la prosperità.
      A Giovanni Covoni potestà di San Gemignano parve bene lasciare cotesta terra, non avendo forze sufficienti a mantenercisi; e poi lo consigliavano a quinci remuoversi le notizie che ad ogni ora gli venivano più certe, starsi i Volterrani in procinto di dar volta e ribellarsi al Comune. Presentatosi alla porta di San Giusto con le sue quattro compagnie, i Volterrani lo accolsero con sembianze liete, - ma, per quanto ei sapesse pregare e ammonire, nol vollero alloggiare in città; solo gli concessero stanza nei borghi. Per la qual cosa sdegnato il Covoni ordinò che alla mattina seguente su l'aprire delle porte entrassero i soldati senza rumore nella terra e prendessero i canti della piazza dei Priori; e, come disse, fecero, ma non senza rumore nè senza spargimento di sangue, avvegnachè volendo contrastare i Volterrani, due di loro, ch'erano fratelli, rimanessero uccisi.


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L'Assedio di Firenze
di Francesco Domenico Guerrazzi
Libreria Dante Alighieri Milano
1869 pagine 1163

   





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