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      Indi appresso, Bartolo Tedaldi e Nicolò dei Nobili restituisce nel palazzo del capitano: egli ferma la sua stanza in quello dei Priori, che privi di ufficio rimanda a casa; - poi, ragunati i principali, favellò loro agre parole; alle quali umilmente risposero rammentasse che un cittadino di cotesta città, perchè ebbe nome Clemente e ingegno pari al nome, fu accolto da Dio nella gloria dello empireo, e gli uomini lo adorarono sopra gli altari. - E Ferruccio di rimando soggiunse che se v'era un santo chiamato Clemente, eravene un altro da tutti i popoli e da loro medesimi Volterrani adorato; e che a lui garbava meglio di san Clemente e si diceva san Giusto; che in lui non istava facoltà di far grazia: - quando pur fosse, non l'avrebbe fatta. Dicono gli adulatori dei principi essere la grazia il migliore giojello della corona: la quale sentenza forse deve intendersi che tra le cose pessime di cui si fregiano costoro sia per avventura la meno trista; imperciocchè la grazia comprenda in sè ingiustizia, offesa per quelli che ne rimangono esclusi, oltraggio alla legge, turbamento agli ordini sociali: con tutto questo non volere però egli adoperare rigore estremo; - se così intendesse, avrebbe dovuto sovvertire di cima a fondo la città e tra le macerie piantare un palo con la iscrizione: - qui fu Volterra! - Rammentarsi la passata lealtà, scusarli da un canto come traviati; sebbene per altra parte pensando che, appena veduto l'antico amico afflitto e in pericolo, lo avevano abbandonato, e rivolto contro il suo fianco il ferro traditore, si sentiva ribollire il sangue a tanta turpitudine.


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L'Assedio di Firenze
di Francesco Domenico Guerrazzi
Libreria Dante Alighieri Milano
1869 pagine 1163

   





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