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      I compagni di Dante, facendosi largo con gli urti, menando busse e calci, acquistando animo quanto gli avversari ne smarrivano, dal plauso popolare confortati, guadagnano terreno. Non fu però senza contrasto la vittoria; spesso da una parte e dall'altra uscivano di schiera giuocatori vomitando sangue e denti; più spesso accorsero per ordine del maestro del campo esperti famigli che trassero dalla calca alcuni caduti e tutti pesti, li portarono a braccia nelle tende, dove gli affidarono alle cure dei medici: pur finalmente dopo vari casi Dante si accosta allo steccato: la immensa brama di balestrare oltre il Monticino, non gli concede di appressarvisi: tuttavia allarga le gambe e tanto preme vigorosamente le piante che il terreno gli si avvalla dintorno, - stringe più forte con le braccia l'avversario, più acuti gli addentra i denti nelle carni, - quindi da sè respingendolo con veementissimo impeto, lo caccia a rotolare lontano nella polvere, al di là dei cancelli.
      Il popolo assurge dai suoi seggi e quasi percosso da delirio prorompe in grida inestinguibili, la gloria del Castiglione levando a cielo. Le trombe ne suonano il tronfo. Ogni buon popolano tenne come sua la vittoria di Dante; tutti si congratulano, gli fanno festa dintorno; le donne sventolano i pannilini dai balconi e gli gettano a piene mani fronde di alloro.
      Un tenebrore di morte fasciò gli occhi allo Antinori; stette alquanto come morto, ma quando gli si avvicinarono i famigli per aiutarlo, egli balzò in piedi da sè e volse attorno trucissimi gli occhi.


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L'Assedio di Firenze
di Francesco Domenico Guerrazzi
Libreria Dante Alighieri Milano
1869 pagine 1163

   





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