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      Il re di Francia ostentandosi, secondo il solito, sviscerato della Chiesa sobillava sotto dicendo: "la causa di Roma in pericolo: degno di acerbo biasimo il contegno del legato in Germania, il quale così si era lasciato abbindolare, che ormai più poco rimedio ci si vedeva: non patire i principi cristiani si agitassero faccende di tanto momento senza essere consultati: ad ogni modo egli sempre pronto a mettere per la tutela della Chiesa le forze e la vita." Mentre il re Francesco ficcava queste male biette presso i cattolici, non rimaneva da fare fuoco nell'orcio presso i luterani, e mandava loro lettere, che il Granvelle ministro di Carlo V. affermò con suo giuramento di avere letto egli stesso, con le quali lì confortava a non accordarsi; avere voluto conoscere le opinioni loro, le quali non gli spiacevano.
      Anco i principi cattolici non andavano di buone gambe in cotesta faccenda; lo esempio fortunato del Langravio Filippo stimolava non pochi a imitarlo: tra questi il Duca di Baviera, e l'elettore di Magonza: l'ultimo avvisava il Papa: ci pensasse due volte ad accordare, gli avrebbero portato via le penne maestre, e lo vedrebbe." Roma, Francia, Lamagna di un tratto levaronsi contro Carlo V.: "i nemici dello Imperatore, scrive il segretario del legato Contarmi, dentro e fuori paurosi della sua grandezza, dove mai egli avesse raccolto sotto la sua autorità la universa Germania, presero a seminare la zizzania tra i teologhi: e l'interesse come sempre vinse la ragione." La opera dei mezzani perpetuamente così; le carezze tornarono in vilipendi, la riverenza in iscede; ogni cosa al vento: bastavano due, ed erano tre gl'interessi contrari per non venire ad accordi.


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Lo assedio di Roma
di Francesco Domenico Guerrazzi
Tipografia Zecchini Livorno
1864 pagine 838

   





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