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      Ecco come per loro fu condotta a compimento la magnanima impresa; il generale Sauvan con due battaglioni di fanti, venticinque cavalli, ed un drappello d'ingegneri condottosi a Tivoli intima al preside che atterri l'opificio; preside, magistratura, e guardia nazionale protestano contro l'animalesco comando, costui (e gli parve mostrarsi spartano) della protesta fece ricevuta in questi termini: "il sottoscritto generale dichiara essergli stata presentata dal Municipio di Tivoli una protesta contro la distruzione della polveriera: nonostante la protesta la fa atterrare." Così un edifizio durato da secoli in breve ora cadde sovvertito dalle fondamenta, stupenda copia di polvere, salnitro, e zolfo gittarono nell'acqua, arsi gli arnesi, fracassate le macchine; e tutto questo non mica per amore di difesa, bensì per genio di barbarie; e' fu episodio degno della illustre epopea. Siccome io intendo fare con questo libro quello, che il Garibaldi operò, voglio dire, uscirmene di Roma prima che vi scendano i Francesi così io metto a questo luogo la offesa esecrabile commessa da costoro in onta alla memoria del Mellara, anzi in onta alla umanità, e questo ritraggo da certe lettere private di persona, che non so adesso, ma a quei tempi procedeva parzialissima al Papa. Il Mellara dopo patimenti ineffabili periva, molti, suoi compagni di arme si riunirono alla chiesa dei Santi Vincenzo, ed Anastasio per rendergli il tributo estremo delle esequie onorate; andarono vestiti dell'antica assisa, e con la nappa dei colori italiani: era anco intendimento loro pronunziare qualche lode su la bara del defunto, il quale tanto bene se l'era meritata in vita; di ciò informato il Rostolan accorse seguito da molta mano di milizie alla chiesa, a forza volle la sgombrassero i commilitoni del Mellara, tutto vietò eccetto la messa; e siccome il dì veniente i soliti amorevoli del Mellara disegnavano associarne il cadavere al pubblico cimiterio, anco questo impediva; comandava lo seppellissero in chiesa, ma prima che in grembo alla terra lo deponessero egli commise al becchino, che strappasse dal cappello al trapassato la insegna dei tre colori: tanto gl'Italiani chiudano nell'animo e lo ricordino il giorno di possibile vendetta; rammentino altresì che il Bano Jellachich, e il suo fratello colonnello entrambi croati, e capi di croati non mancarono mai di riverenza alla virtù tradita dalla fortuna.


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Lo assedio di Roma
di Francesco Domenico Guerrazzi
Tipografia Zecchini Livorno
1864 pagine 838

   





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