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      Quest'uomo, che dapprima poteva paragonarsi ad un morto richiamato per forza di negromanzia ad alcuno ufficio della vita, adesso il vedevi divenuto tutto moto, e tutto velocità. Il volto già così pallido avvampava acceso di colore febbrile: le membra, d'immobili fatte convulse, in diversi atti del continuo agitavansi, benchè non ardisse alzarsi davanti quel teschio che sembrava adorare.
      Nè passò molto che quei suoi urli indistinti si accostarono a qualche cosa che parve favella umana: allora se alcuno avesse avuto coraggio di porgere orecchio, ne avrebbe ricavato queste parole:
      Ecco! – Qui stavano quelle labbra che tanto soavemente sorridevano.... ora le nude mascelle par che ridano tuttavia.... sì.... ma del riso del serpente, allorchè delusa la madre degli uomini la intese condannata con tutte le future generazioni alla morte. – Qui i mesti occhi.... e pur belli.... Qui la bianca fronte, e le floride guance.... – Or che rimane di tanta bellezza? Nude ossa.... la parte più vaga del corpo in celere dissoluzione si consumò.... l'ossa rimangono.... l'ossa, come spaventoso testimonio di morte... Oh! per pietà di me.... per pietà di te, perchè non fingesti?... L'anima mia geme orrendamente travagliata. Giaccio sopra letto di fuoco, dal quale non posso levarmi, e sul quale, malgrado ogni tormento di questa vita, e la eterna dannazione, tornerei a giacermi.... O frutto amaro di vendetta non per anche compíta! – Io non posso più offerire il cielo, che da gran tempo sta chiuso per me; non lo intelletto ormai più che a mezzo perduto.


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La battaglia di Benevento
Storia del secolo XIII
di Francesco Domenico Guerrazzi
Le Monnier Firenze
1852 pagine 699