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      Ma il lieto giorno era la festa. Non festa, non mezza festa perdeva mai la messa, non domenica, non giorno di Santo. "La devozione di coteste giovane" parlò una vecchia zia che accompagnava Dianora "mi edifica assai; e sì che egli è leggiadro e poderoso molto, e potrebbe, come la più parte di questi giovani fanno, darsi tempone in peccati e in vanità. "E così favellando sospirava, certo per una soave commozione della sua bellezza. La lode d'Ippolito avrebbero ripresa i parenti della Dianora, pure non giungeva immeritata. Già il costante seguitarla e i modi cortesi aveva notato Dianora, e già con l'arguzia consueta alle menti italiane, s'era accorta del motivo di tanta devozione, e in suo cuore desiderava che non cessasse. Ardeva anch'ella di conoscerne il nome, ma, non altramente che a lui, nel maggior uopo le veniva meno il coraggio. "Vi guarda!" disse la zia poichè fu uscita di chiesa; "come il povero giovine arrossa di non potersi sottrarre ai miei occhi! Davvero, questa è singolare modestia." - "Mia dolce zia," riprese Dianora con certo suo garbo di malizia e di piacere, "voi non aveste mai caro che io guardassi giovani in faccia." - "Giovani" soggiunse la zia "di ventotto anni o di trenta, e se pur vi volete tutti; ma per questo la bisogna è diversa; e la meglio ritrosa di noi altre, può sogguardare per via tanto gentile e dabben giovane. E s'egli sia costumato, lo so ben io, chè avendogli chiesto in cortesia di farmi un po' di luogo nella navata, mi s'inchinò con tanto bel modo, che parve il piacere lo facessi a lui; e se il buon giovane ha sortito dai cieli tanta avvenenza, che ci ha a far egli?


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Scritti
di Francesco Domenico Guerrazzi
Le Monnier Firenze
1847 pagine 469

   





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