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      Or dunque facciamo il viso dell'arme alla fortuna avversa. Tu sai, o Cesare, come io di palazzo non possa uscire, chè a me gonfaloniere lo vietano le leggi, e la notte stieno chiuse le porte della città: però non posso tentare di salvarmi con frutto, eccettochè verso l'un'ora notte e così alquanto prima che tirino i chiavistelli e portino la chiave in palazzo: per la quale cosa tu fa di trovarti a cavallo, con altro cavallo a vuoto per me; procura che sieno buoni corridori ed abbiano balìa per durare; e con lo aiuto di Dio ci salveremo. La porta donde mi consiglio uscire fie quella di S. Pietro; verrò imbalacuccato; e per segno, affinchè tu possa riconoscermi, porterò o panno o piuma bianca al cappello. Or va' pei fatti tuoi e non ti peritare; il peggiore dei mali è la paura, che a' veri e non piccoli arroge i falsi sterminati.
      Rimasto solo, scrisse lunga e circostanziata lettera alla Signoria, nella quale, dopo narrata la impresa cui disegnava condurre a compimento, sè chiamò solo in colpa, veruno fin lì congiurato con lui, perchè, essendo lontano da eseguirla, si era guardato da confidarsi a persone che per tristizia o per levità di animo avessero potuto tradirlo: e poichè sopra gli altri egli praticava coi fuoriusciti sanesi, allettato dai piacevoli loro costumi e dalla dolce favella, così gli correva l'obbligo, per isgravio di coscienza, dichiarare come a veruno di essi avesse scoperto il concepito disegno: non recassero loro molestia, chè sarebbe stata, facendolo, pretta perversità. Non istessero a sbracciarsi in indagini a danno dei cittadini, i quali egli intendeva cogliere alla sprovvista e strascinarli seco con la forza, il terrore e la maraviglia.


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Vita di Francesco Burlamacchi
di Francesco Domenico Guerrazzi
Casa Editrice Italiana Milano
1868 pagine 355

   





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