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      Andò a scuola a quarant'anni, imparò a leggere, a scrivere ed a contare; ma sentì che fortificare la sua intelligenza significava fortificare il suo odio. In certi casi, l'istruzione e la luce possono servire ad ausilio al male.
      E, triste a dirsi, dopo aver giudicato la società che aveva fatto il suo male, giudicò la provvidenza, che aveva fatto la società e condannò anche quella. Per tal modo, durante quei diciannove anni di tortura e di schiavitù, quell'anima salì e cadde nello stesso tempo; da una parte entrò in essa la luce, dall'altra v'entrarono le tenebre.
      Jean Valjean non era, come abbiam visto, di natura cattiva. Era ancor buono, quando entrò nella galera; ma vi condannò la società e sentì che diventava malvagio, vi condannò la provvidenza e sentì che diventava empio.
      È difficile, a questo punto, non meditare un momento.
      Può dunque la natura umana trasformarsi così da cima a fondo, ad un tratto? L'uomo, creato buono da Dio, può dunque esser reso cattivo dall'uomo? Può l'anima esser rifatta interamente dal destino e diventare cattiva, se il destino è cattivo? È possibile che il cuore si deformi e contragga bruttezze ed infermità incurabili, sotto la pressione d'una disgrazia sproporzionata, come la colonna vertebrale sotto una volta troppo bassa? Non v'è forse in ogni anima umana, non v'era in particolare in quella di Jean Valjean una scintilla fondamentale, un elemento divino, incorruttibile in questo mondo e immortale nell'altro, che il bene può sviluppare, attizzare, accendere, infiammare e far risplendere senza che il male possa interamente spegnerla?


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





Valjean Dio Jean Valjean