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      Tholomyès non aveva risposto ad alcuna; un giorno, Fantine sentì delle comari che dicevano, guardando sua figlia: «Forse che queste ragazze si prendono sul serio? Si dà un'alzata di spalle!» Allora pensò a Tholomyès, che alzava le spalle al pensiero di sua figlia e non prendeva sul serio quell'essere innocente; ed il suo cuore si fece cupo, contro quell'uomo. Ma quale partito prendere? Non sapeva più a chi rivolgersi: sentiva d'aver commesso una colpa, ma il fondo della sua natura, come si ricorderà, era fatto di pudore e di virtù. Comprese vagamente che stava per cadere nella disperazione, per scivolare in giù, comprese che le occorreva molto coraggio: lo ebbe, e s'irrigidì. Le venne l'idea di tornare nella sua città natia, a Montreuil a mare; laggiù, forse, qualcuno l'avrebbe riconosciuta, le avrebbe dato del lavoro. Ma bisognava nascondere la sua colpa, ed intravedeva in confuso la possibile necessità d'una separazione ancor più dolorosa della prima; le si strinse il cuore, ma la risoluzione fu presa. Fantine aveva, come si vedrà, lo sdegnoso coraggio della vita.
      Aveva già rinunciato bravamente al bel vestito; vestita di tela, aveva messo tutta la sua seta, i suoi nastri, tutti i suoi fronzoli e pizzi indosso alla figlia, sola vanità che le rimanesse, santa vanità, stavolta. Vendé tutto quello che aveva e ne ricavò duecento franchi; pagati i suoi debitucci, le rimasero solo circa ottanta franchi. A ventidue anni, una bella mattina di primavera, lasciava Parigi, portandosi in braccio la sua bambina.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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