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      Era un sorriso di trionfo, ma in pari tempo di disperazione.
      «Vedete bene,» disse «ch'io sono Jean Valjean
      Non v'eran più in quel recinto né giudici, né accusatori, né gendarmi; solo occhi fissi e cuori commossi. Nessuno più si ricordava la parte che doveva rappresentare: l'avvocato generale si dimenticava d'esser lì per accusare, il presidente, per presiedere, e il difensore, per difendere. Cosa sorprendente, non si fece nessuna domanda, non intervenne alcuna autorità. Ciò che caratterizza gli spettacoli sublimi è appunto il fatto di imporsi a tutti gli animi, di fare d'ogni testimonio uno spettatore. Forse, nessuno si rendeva conto esatto di quanto provava; nessuno, certo, diceva a se stesso di veder splender una gran luce; ma tutti erano abbagliati internamente.
      Avevan sotto gli occhi Jean Valjean: era chiaro come il sole. L'apparizione di quell'uomo era bastata per riempire di luce quell'avventura, così oscura un momento prima; e senza che ormai vi fosse bisogno di una spiegazione, tutta quella folla, come per una specie di rivelazione folgorante, comprese subito, con una sola occhiata, quella semplice e magnifica storia d'un uomo che si consegnava, affinché un altro non venisse condannato al suo posto. I particolari, le esitazioni e le piccole resistenze possibili si perdettero in quel grande evento luminoso. Fu un'impressione che passò presto, ma in quel momento irresistibile.
      «Non voglio disturbar oltre l'udienza,» disse Jean Valjean. «Dal momento che non m'arrestano, me ne vado: ho parecchie cose da fare.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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