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      Il destino diede il suo consenso a quell'ironia: sul suo declinare, Napoleone si trovò davanti a Wurmser ringiovanito. Basta infatti incanutire i capelli di Wellington, per avere Wurmser. Waterloo è una battaglia di primo ordine, vinta da un capitano di secondo.
      Quel che si deve ammirare nella battaglia di Waterloo è l'Inghilterra, è la fermezza inglese, è la risolutezza inglese, è il sangue inglese. Ciò che l'Inghilterra ha avuto là di superbo è (non le dispiaccia) se stessa; non è stato il suo capitano, ma il suo esercito.
      Wellington, bizzarramente ingrato, dichiara in una lettera a lord Bathurst che il suo esercito, quello che ha combattuto il 18 giugno 1815, era un «detestabile esercito». Che ne pensa quella sinistra confusione d'ossame interrato sotto i solchi di Waterloo?
      L'Inghilterra è stata troppo modesta di fronte a Wellington. Fare così grande Wellington, vuol dire far piccola l'Inghilterra. Wellington è solo un eroe come gli altri; quegli scozzesi grigi, quegli horse guards, quei reggimenti di Maitland e di Mitchell, quella fanteria di Pack e di Kempt, quella cavalleria di Ponsonby e di Somerset, quegli highlanders che suonavano il pibroch sotto la mitraglia, quei battaglioni di Rylandt, quelle reclute novelline che sapevano a stento impugnare il moschetto e che tennero testa alle vecchie schiere d'Essling e di Rivoli: ecco ciò che è grande. Wellington fu tenace, e questo merito non glielo mercanteggiamo affatto; ma l'ultimo dei suoi fanti e dei suoi cavalieri lo fu quanto lui.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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