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      Il titì sta al birichino come la farfalla alla larva: è lo stesso essere, che vola e si libra nell'aria. Basta ch'egli sia lassù, colla irradiazione di contentezza, colla sua potenza d'entusiasmo e d'allegria, col suo batter di mani che rassomiglia a un batter d'ali, perché quella stiva stretta, fetida, scura, sordida, malsana, lurida, abbominevole si chiami il Paradiso.
      Date ad un essere l'inutile e toglietegli il necessario, ed avrete il birichino.
      Il birichino non è privo di qualche intuizione letteraria. La sua tendenza (lo diciamo con quel tanto di dispiacere necessario) non sarebbe affatto per lo stile classico: per sua natura, è poco accademico. Così, per dare un esempio, la popolarità della signorina Mars in quel piccolo pubblico di ragazzi tempestosi era temperata da una punta d'ironia: il birichino la chiamava la signorina Muche.
      Quest'essere schiamazza, beffeggia, schernisce e combatte, è cencioso come un marmocchio e lacero come un filosofo, pesca nella fogna, caccia nella cloaca, estrae l'allegria dall'immondizia, sferza col suo spirito i crocicchi, sogghigna e morde, fischia e canta, acclama e colma d'ingiurie, tempera l'Alleluia col Trullalalera, salmodia tutti i ritmi, dal De Profundis al Luca Cava, trova senza cercare, sa quello che ignora, è spartano fino al furto, pazzo fino alla saviezza, lirico fino all'immondizia; può rannicchiarsi sull'Olimpo e, dopo essersi rotolato nel letamaio, ne esce coperto di stelle. Il birichino di Parigi è Rabelais fanciullo.
      Non è contento dei suoi calzoni, se non hanno il taschino per l'orologio.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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