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      Era un tipo di buon umore, sebbene cattivo compagno, dalle mani bucate, prodigo fino alla generosità, chiacchierone, fino ad esser quasi eloquente, coraggioso fino all'imprudenza; la miglior pasta d'uomo, con panciotti provocanti e opinioni scarlatte; schiamazzatore in grande stile, vale a dire disposto a preferire ad una lite solo una sommossa e, ad una sommossa, solo una rivoluzione; sempre pronto a romper vetri, poi a disselciare una via, quindi a demolire un governo, per vedere l'effetto; studente da undici anni. Annusava il diritto, ma non gli si accostava. Aveva per divisa: avvocato, mai e per stemma un comodino, nel quale s'intravedeva un tocco; ogni qual volta passava davanti alla scuola di diritto, il che gli capitava di rado, s'abbottonava la finanziera, dato che il paltò non era ancora stato inventato, e prendeva alcune precauzioni igieniche. Diceva del portale della scuola: «Che bel vecchio!» e del decano, Delvincourt: «Che monumento!» Faceva dei suoi corsi argomento di canzoni ed i professori argomento di caricature; e mangiava senza far nulla una pensione piuttosto cospicua, qualche cosa come tremila franchi. Ai genitori contadini aveva saputo inculcare il rispetto verso il loro figlio. Diceva d'essi: «Sono contadini, non borghesi; per questo hanno una certa intelligenza.»
      Bahorel, uomo capriccioso, errava per parecchi caffè. Gli altri avevano le loro abitudini, egli, no. Gironzolava: errare è umano, gironzolare è parigino. In fondo, mente penetrante e pensatore più che non paresse.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





Delvincourt