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      Fino allora solitario e portato dall'abitudine e dal temperamento al monologo e alla introspezione, fu un po' sbigottito da quello stormo di giovani che aveva intorno. Tutte quelle diverse iniziative l'eccitavano e lo affascinavano ad un tempo; il tumulto di tutte quelle menti in libertà e al lavoro turbavano le sue idee. Talvolta, nel turbamento, esse andavan tanto lontane da lui, che stentava a ritrovarle. Sentiva parlare di filosofia, di letteratura, d'arte, di storia e di religione in modo insolito; le cose gli apparivano con strani aspetti e, siccome non li metteva in giusta prospettiva, non era ben certo di assistere al caos. Quando aveva abbandonato le opinioni del nonno per quelle paterne, s'era creduto ormai orientato: ora sospettava con inquietudine e senza osare confessarselo, di non esserlo. L'angolo sotto il quale vedeva ogni cosa incominciava di nuovo a spostarsi e una oscillazione scuoteva tutti gli orizzonti del suo cervello: bizzarro mutamento interiore, del quale quasi soffriva.
      Pareva che per quei giovani non esistessero «cose consacrate». Mario sentiva su qualunque argomento singolari discorsi, che imbarazzavano la sua mente ancor timida.
      Compariva un manifesto di teatro, col titolo d'una tragedia del vecchio repertorio, detto classico. «Abbasso la tragedia borghese!» esclamava Bahorel. E Mario sentiva Combeferre ribattere:
      «Hai torto, Bahorel. La borghesia ama la tragedia e su questo punto bisogna lasciarla in pace; la tragedia colla parrucca ha la sua ragione d'essere ed io sono di coloro che, in nome d'Eschilo, le contestano il diritto d'esistere.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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