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      Quel personaggio e quella giovanetta, sebbene sembrassero e forse perché sembravano voler evitare gli sguardi, avevano naturalmente risvegliato un po' l'attenzione dei cinque o sei studenti che passeggiavano di tanto in tanto lungo il Vivaio, gli studiosi, dopo le lezioni, gli altri, dopo la partita a bigliardo. Courfeyrac, ch'era di questi ultimi, li aveva osservati per qualche tempo; ma, trovando la fanciulla brutta, era scappato via come un Parto, scoccando contro di essi un soprannome. Colpito unicamente dall'abito della fanciulla e dai capelli del vecchio, aveva chiamato la figlia la signorina Lanoire (la Nera)i e il padre il signor Leblanc (il Bianco); tanto che, siccome nessuno, del resto, li conosceva, in mancanza del nome il soprannome aveva fatto legge. Gli studenti dice vano: «Oh, il signor Leblanc è sulla sua panca!» E Mario come gli altri, aveva trovato comodo chiamare quell'ignoto il signor Leblanc. Noi faremo com'essi e diremo il signor Leblanc, per facilità del racconto.
      Mario li vide in tal modo quasi ogni giorno, alla stessa ora, il primo anno. Gli piaceva l'uomo, ma trovava la figlia piuttosto sgraziata.
      II • «LUX FACTA EST»
      Il secondo anno, precisamente al punto di questa storia al quale è giunto il lettore, quell'abitudine del Lussemburgo si interruppe, senza che nemmeno Mario ne sapesse bene il perché; per circa sei mesi, non rimise più piede nel suo viale. Un giorno, finalmente, vi tornò. Era una serena mattina d'estate e Mario era lieto, come si è quando fa bel tempo; gli pareva d'aver nel cuore tutti i canti d'uccelli che sentiva e tutti i lembi di cielo che vedeva attraverso le foglie degli alberi.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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