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      Mario lasciò gli amici al ballo e tornò a piedi, stanco, solo, febbricitante, gli occhi torbidi e tristi fissi nell'oscurità, stordito dal chiasso e dalla polvere dei giocondi veicoli pieni di cantanti che tornavano dalla festa e gli passavano allato, scoraggiato e aspirando, per rinfrescarsi la testa, l'acre profumo dei noci della strada.
      Si rimise a vivere più che mai solo, smarrito, accasciato, tutto immerso nella sua angoscia interiore, su e giù nel dolore come il lupo nella trappola, cercando dovunque l'assente, abbrutito dall'amore.
      Un'altra volta, un incontro gli produsse un effetto singolare. Nelle viuzze che fanno capo al boulevard degli Invalidi, s'imbatté in un uomo vestito come un operaio, in capo un berretto dalla lunga visiera, che lasciava sfuggire un ciuffo di capelli candidi. Mario fu colpito dalla bellezza di quei capelli bianchi ed osservò quell'uomo, che camminava a passi lenti e come assorto in una meditazione dolorosa. Cosa strana, gli parve di riconoscere il signor Leblanc: erano gli stessi capelli, lo stesso profilo, per quel che lasciava vedere il berretto, e la stessa andatura, soltanto, più triste. Ma perché quegli abiti da operaio? Che cosa voleva dire ciò? Che significava quel travestimento? Mario fu assai stupito; e quando tornò in sé, il suo primo impulso fu di mettersi a seguire quell'uomo. Chissà che non tenesse finalmente in pugno la traccia che andava cercando? In ogni caso, occorreva riveder l'uomo da vicino e spiegare l'enigma; però, quest'idea gli venne troppo tardi e l'uomo non c'era più; aveva preso qualche viuzza laterale e Mario non poté ritrovarlo.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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