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      Certo. Ma, qualunque cosa se ne possa dire, questo modo di comprendere la parola gergo è un'estensione, che neppure tutti vorranno ammettere; quanto a noi, le conserviamo la sua vecchia e precisa accezione, circoscritta e determinata, e restringiamo il gergo al gergo. Il vero gergo, il gergo per eccellenza, se queste due parole possono accoppiarsi, il gergo immemorabile ch'era un regno, non è altro, ripetiamolo, fuorché la lingua brutta, inquieta, sorniona, traditrice, velenosa, crudele, losca, vile, profonda e fatale della miseria. Esiste, all'estremità di tutti gli avvilimenti e di tutte le infelicità, un'ultima miseria che si rivolta e si decide a entrare in lotta contro l'insieme dei fatti felici e dei diritti regnanti; lotta spaventosa in cui, ora astuta ed ora violenta, contemporaneamente malsana e feroce essa aggredisce l'ordine sociale a colpi di spillo, col vizio, ed a colpi di mazza, col delitto. Per le necessità di questa lotta, la miseria ha inventato una lingua di combattimento che è il gergo.
      Far galleggiare e sostenere al disopra dell'oblio, dell’abisso anche un solo frammento d'una lingua che l'uomo ha parlato e che si perderebbe, vale a dire uno degli elementi, buoni o cattivi, di cui si compone o si moltiplica la società, significa estendere i dati dell'osservazione sociale, servire la viltà stessa. Questo servigio, Plauto ha reso, volente o nolente, facendo parlare il fenicio a due soldati cartaginesi; questo servigio, Molière ha reso, facendo parlare il levantino ed ogni sorta di dialetti a tanti suoi personaggi.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





Plauto Molière