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      E Mario, in pieno azzurro, credeva di sentire una strofa cantata da una stella.
      Oppure, ella gli dava un colpetto perché stava tossendo e gli diceva:
      «Non tossite, signore. Non voglio che in casa mia si tossisca senza permesso; non si deve tossire né farmi inquietare. Io voglio che tu stia bene, prima di tutto, perché, se tu non stessi bene, io sarei infelicissima. Che vuoi che ci faccia?»
      Era semplicemente divino.
      Una volta, Mario disse a Cosette:
      «Figurati che una volta ho creduto che tu ti chiamassi Ursula
      E ciò li fece ridere tutta la sera.
      Nel bel mezzo d'un altro colloquio, gli capitò d'esclamare:
      «Oh! Un giorno, al Lussemburgo, ho avuto voglia di finir di fracassare un invalido!»
      Ma s'interruppe e non continuò. Sarebbe stato necessario parlare a Cosette della giarrettiera di lei, e questo gli riusciva impossibile. V'era in ciò un ignoto precipizio, la carne, davanti al quale indietreggiava, con una specie di sacro sgomento, quell'immenso amore innocente.
      Mario si figurava la vita con Cosette così, senz'altro: venire tutte le sere in via Plumet, spostare la vecchia sbarra compiacente della cancellata del presidente, sedersi gomito a gomito su quella panca, guardare attraverso agli alberi lo scintillio vespertino, mettere a contatto la piega del ginocchio dei calzoni col rigonfio della sottana di Cosette, accarezzarle l'unghia del pollice, darle del tu, respirare uno dopo l'altra lo stesso fiore, per sempre, indefinitamente. E durante questo tempo le nubi passavan sopra il loro capo; ogni qual volta il vento soffia, porta con sé più sogni d'uomini, che nuvole del cielo.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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