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      «Che hai, piccino?» gli chiese.
      «Ho che ho fame,» rispose schiettamente Gavroche. E soggiunse: «Piccino sarete voi.»
      Valjean si frugò nel taschino e ne levò una moneta da cinque franchi.
      Ma Gavroche, che apparteneva alla specie delle cutrettole e faceva presto a passare da un gesto all'altro, aveva raccolto un ciottolo. Aveva scorto il lampione.
      «To'» disse. «Avete ancora i lampioni, qui. Non siete in regola amici miei; questo è disordine. Rompete questa roba.»
      E tirò una sassata al lampione, il vetro del quale cadde con tanto fracasso, che alcuni borghesi, rannicchiati sotto le cortine dei baldacchini dei letti, nella casa dirimpetto, gridarono: «Ecco il Novantatré
      Il lampione oscillò con violenza e si spense. La via divenne bruscamente buia.
      «Così va bene, vecchia strada,» fece Gavroche. «Mettiti il berretto da notte.»
      E, voltandosi verso Jean Valjean:
      «Come lo chiamate voi,» gli disse «quel monumento gigantesco che si trova all'estremità di questa via? Sono gli Archivi, nevvero? Avrei bisogno che mi tiraste giù un po' quelle grosse bestie di colonne, per farne una bella barricata.»
      Valjean s'avvicinò a Gavroche.
      «Povera creatura,» disse a bassa voce come se parlasse a se stesso; «ha fame!»
      E gli ficcò in mano la moneta da cento soldi.
      Gavroche alzò il naso, meravigliato dalla grandezza di quel soldone; lo guardò nell'oscurità e la lucentezza del soldone l'abbacinò. Conosceva le monete da cinque franchi per sentito dire e la loro reputazione gli riusciva piacevole; fu lieto di vederne una da vicino e disse: «Contempliamo la tigre.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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