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      Essi eran riusciti soltanto ad evadere in una prigione.
      Era finita. Tutto ciò che Jean Valjean aveva fatto tornava inutile. Dio rifiutava.
      Eran presi entrambi nella sinistra ed immensa ragnatela della morte e Valjean sentiva correre su quei fili neri, che trasalivano nelle tenebre, lo spaventevole ragno.
      Voltò le spalle all'inferriata e cadde sul selciato, più abbattuto che seduto, vicino a Mario sempre immoto e la testa gli ricadde sul petto. Nessuna uscita. Era l'ultima goccia dell'angoscia.
      A chi pensava, in quel profondo accasciamento? Né a sé né a Mario: pensava a Cosette.
      VIII • IL LEMBO DELLA GIUBBA LACERATOStava così annichilito, quando una mano gli si posò sulla spalla e una voce bassa gli disse:
      «Facciamo a mezzo.»
      Qualcuno in quell'ombra? Nulla che assomigli al sogno, quanto la disperazione; e Jean Valjean credé di sognare. Non aveva sentito il minimo passo. Era possibile? Alzò gli occhi: un uomo gli stava dinnanzi.
      Indossava un camiciotto ed era a piedi nudi; teneva le scarpe nella mano sinistra. Evidentemente, se le era tolte per poter giungere fino a Valjean, senza che lo sentissero camminare.
      Valjean non ebbe un istante d'esitazione. Per imprevisto che fosse l'incontro, quell'uomo gli era noto: era Thénardier.
      Sebbene fosse stato, per così dire, risvegliato di soprassalto, Jean Valjean, avvezzo agli allarmi ed agguerrito ai colpi inattesi che bisogna subito parare, riprese immediatamente possesso di tutta la sua presenza di spirito. Del resto, la situazione non poteva diventare peggiore, dal momento, che v'è un grado d'ambascia sotto il quale non si può scendere; e lo stesso Thénardier non poteva aggiunger nulla a quelle tenebre.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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