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      Vi fu un istante d'attesa.
      Thénardier, alzata la mano destra all'altezza della fronte, se ne fece una visiera, poi riaccostò le sopracciglia, strizzando l'occhio; la qual cosa, congiunta ad un lieve stringimento delle labbra, caratterizza l'attenzione sagace d'un uomo che cerchi di riconoscerne un altro. Ma non vi riuscì affatto. Valjean, come abbiamo detto, voltava le spalle alla luce, ed era del resto tanto sfigurato, fangoso e insanguinato, che sarebbe stato irriconoscibile alla luce meridiana; Thénardier, invece, illuminato in viso dalla luce del cancello, luce da cantina, è vero, livida, ma precisa nel suo lividore, balzò subito, come dice l'energica metafora banale, agli occhi di Valjean. Codesta disuguaglianza di condizioni bastava per assicurare un lieve vantaggio a Valjean in quel misterioso duello che stava per impegnarsi fra le due situazioni e fra i due uomini: lo scontro accadeva fra Valjean velato e Thénardier smascherato.
      Jean Valjean s'accorse subito che Thénardier non lo riconosceva.
      Si osservarono un momento in quella penombra, come se si misurassero; e Thénardier fu il primo a rompere il silenzio.
      «Come farai per uscire?»
      Valjean non rispose. Thénardier continuò:
      «È impossibile aprire la porta col grimaldello. Eppure, bisogna che te ne vada di qui.»
      «È vero,» disse Jean Valjean.
      «Ebbene, facciamo a mezzo.»
      «Che vuoi dire?»
      «Tu hai ammazzato l'uomo, e sta bene; ma io ho la chiave.»
      E Thénardier accennava col dito a Mario; poi proseguì:
      «Non ti conosco, ma voglio aiutarti.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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