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      Jean Valjean era un passante; l'aveva detto lui. Ebbene, stava passando. Chiunque fosse, il suo compito era finito ed ormai, in funzione della provvidenza accanto a Cosette, v'era lui, Mario. Cosette era venuta a ritrovare nell'azzurro il suo simile, il suo amante, il suo sposo, il suo maschio celeste; volando via, Cosette, alata e trasfigurata, aveva lasciato dietro di sé, a terra, vuota e orribile la sua crisalide, Valjean.
      A qualunque ordine d'idee Mario si volgesse, finiva sempre per provare un certo orrore di Valjean; orrore sacro, forse, poiché, come abbiamo accennato, sentiva un quid divinum in quell'uomo. Ma per quanto si facesse, e per quante attenuanti si cercassero, bisognava pur finire per concludere ch'era un galeotto, ossia l'essere che nella scala sociale non ha neppur posto al disotto dell'ultimo scalino. Dopo l'ultimo degli uomini viene lui. Egli non è più, per così dire, il simile dei vivi, poiché la legge l'ha destituito di tutta la parte d'umanità ch'essa può togliere ad un uomo; e Mario, in fatto di questioni penali, era ancor fermo, sebbene democratico, al sistema dell'inesorabilità, ed aveva, circa coloro che la legge colpisce, tutte le idee della legge. Non aveva ancora, diciamolo pure, compiuto tutti i progressi, non era ancor giunto a distinguere fra quello che è scritto dagli uomini e quello che è scritto da Dio, fra la legge e il diritto. Non aveva esaminato e pesato il diritto che l'uomo s'arroga, di disporre dell'irrevocabile e dell'irreparabile, e non si ribellava alla frase vendetta pubblica.


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I miserabili
di Victor Hugo
pagine 1886

   





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