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      La Bell'Ostessina, sentendo quel gridìo, dismenticando gli avvisi della vecchia Fata, scese e comprò il mazzo de' fiori; ma a mala pena c'ebbe messo il naso, che cascò morta in sul momento. Rivenuta la Fata a casa, picchia e ripicchia e nissuno gli apriva; infine, impazientita, diede un urtone all'uscio e lo spalancò e su per le scale vedde lo spettacolo della ragazza morta stecchita. Esclamò: - «Te l'avevo detto, scapataccia, e non hai voluto ubbidirmi. La tua mamma l'ha lunghe le mani. Sarè' capace di lasciarti star costì e non ricorrere all'arte mia per farti rinvivire.[4]» - Ma, riguardando quel corpo tanto bello e ripensando quanto l'Ostessina era bona, si ripentì; e con certi unguenti e scongiuri ridiede alla vita l'Ostessina, che vispola e rinsanichita si alzò in piedi. Allora la vecchia soggiunse: - «Bada di non cascare un'altra volta in queste reti, perchè un'altra volta non sarò così misericordiosa. Voglio che tu m'ubbidisca, ha' tu 'nteso?» - La giovane promise, che da lì innanzi sarebbe stata ubbidiente. Qualche giorno dopo, la Strolaga venne a ripassare dall'albergo della bell'Ostessa; questa la chiamò per farsi di nuovo strolagare e gli perse la mano. La strolaga, esaminatala a garbo, disse: - «Quella figliola, che sta nel palazzo della Fata non si può ammazzare: la Fata l'ha in protezione e oggi è viva come prima.» - L'Ostessa non si perdette
      d'animo, ma volle ritentare la prova. Sicchè, sapendo che la sua figliola era ghiotta delle stiacciate[5], ne manipolò un certo numero e le empì di veleno; e poi le diede ad un servitore, che in figura di pasticciere l'andasse a vendere sotto il palazzo della Fata.


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La novellaja fiorentina
Fiabe e novelline
di Vittorio Imbriani
Editore Vigo Livorno
1877 pagine 708

   





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