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      Umile passò fra le genti il dolce Messo divino: ma non di quella umiltà convenzionale che tende ad annientare ogni valore e rende insufficiente ed inefficace la conquista. Gesù era cosciente (e come non lo sarebbe stato?) della sua missione di Salvatore, di Redentore, della sua origine divina: più volte lo disse a coloro che gli stavano intorno, con espressioni più o meno velate, come era suo costume. Allo stesso modo che sentì l'amarezza delle defezioni e del tradimento, che provò tutta la crudeltà dell'ingiusto supplizio, Egli avvertì l'orgoglio santo d'essere e di affermarsi Figlio di Dio.
      È in questi momenti che la figura augusta del Salvatore rifulge misticamente pur nella soave mesta dolcezza dei suoi atti e delle sue parole: è allora che intorno al suo biondo capo si diffonde un chiarore oltremondano: ed ancora, dopo venti secoli, si ripercuote in noi quella specie di sbigottimento e di stupore di cui erano percossi e gli apostoli e le turbe quando Egli si rivelava.
      Nazareth, la piccola città di sua Madre, la sua città d'origine, dove avea trascorsa l'adolescenza sottomessa, laboriosa e tranquilla, Nazareth, che racchiudeva i suoi ricordi più teneri, fu la prima città che seppe quale glorioso Spirito fiammeggiasse entro le delicate spoglie mortali del Maestro. È il vangelo che lo dice:
      «E andò a Nazareth, dove era stato allevato, e di sabato entrò, secondo l'usanza, nella sinagoga, e s'alzò a leggere. Or gli fu dato il libro del profeta Isaia. E, svolto il libro, trovò quel passo, dov'è scritto:


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Pagine mistiche
di Jolanda
Editore Cappelli
1919 pagine 168

   





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