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      Nessun sincero e durevole pentimento si è dato senza umiltà profonda; senza questo desiderio fervente d'accusarsi, di vilipendersi, di soffocare ogni resto di orgoglio, di trionfare d'ogni ambizione, d'ogni rispetto umano. Se ricordiamo taluni dei grandi convertiti come Sant'Agostino, S. Francesco d'Assisi, Santa Margherita da Cortona, e molti e molte che troppo lungo sarebbe enumerare, vedremo che le più ampie, le più clamorose, le più visibili dimostrazioni di pentimento accompagnarono la conversione che in taluni anzi pareva non potersi scompagnare dall'ebbrezza dell'umiliazione palese.
      Il sacramento della penitenza, le cui origini bisogna ricercare nella vita del Maestro divino e nella volontà Sua, non è, quindi, solo un duro castigo, una forzata contrizione: qualche cosa di materiale, di vergognoso, di difficile da compiere: una violazione di coscienza e di libertà personale che rimpicciolisce la grandiosità della religione e della fede; ma è, come ho tentato spiegare, un'espressione della volontà divina, un patto augusto di pace e di perdono conchiuso fra il visibile e l'invisibile, un atto richiesto dall'intima coscienza che sente il bisogno di purificarsi e di rinnovarsi nel pentimento e nel perdono per apparecchiarsi con rinate energie ad una vita nuova.
      Sgombriamo, quindi, la mente da ogni preconcetto, da ogni pregiudizio che possa abbassare ed offendere la santità e l'importanza dell'obbligo che dobbiamo adempiere, se vogliamo obbedire in tutto alle leggi di Gesù, la cui divina figura è tanto più grande, quanto più umile.


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Pagine mistiche
di Jolanda
Editore Cappelli
1919 pagine 168

   





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