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      Per tali ragioni, rese qui da me, a quel che spero, con plausibile popolarità, il comunismo egalitario rimaneva battuto. La sua impotenza pratica era una e medesima cosa con la sua incapacità teorica a rendersi conto delle cause delle ingiustizie, ossia delle disuguaglianze, che voleva, o coraggiosamente, o spensieratamente atterrare od eliminare d'un tratto.
     
     
      Intendere la storia diventava da quel punto in poi la cura principale dei teorici del comunismo. E come si potrebbe mai più contrapporre alla dura realtà sua, intendo dire della storia, un vagheggiato e sia pure perfettissimo ideale? Né è chi possa affermare, che il comunismo sia lo stato naturale e necessario della vita umana, di ogni tempo e luogo, per rispetto al quale tutto il corso delle formazioni storiche ci debba apparire come una serie di deviazioni e di aberrazioni. Né ad esso si va, o si torna, per spartana abnegazione, o per cristiana rassegnazione. Esso può essere, anzi deve essere e sarà la conseguenza del dissolversi di questa nostra società capitalistica. Ma in questa la dissoluzione non può essere inoculata ad arte, né importata ab extra. Si dissolverà per il proprio peso, direbbe Machiavelli. Cadrà come forma di produzione, che genera da sé in se stessa la costante e progressiva ribellione delle forze produttive contro i rapporti (giuridici e politici) della produzione; e intanto non continua a vivere, finché vive e vivrà, se non aumentando con la concorrenza, che genera le crisi, e con la vertiginosa estensione della sua sfera di azione, le condizioni intrinseche della sua morte inevitabile.


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In memoria del Manifesto dei comunisti
di Antonio Labriola
1895 pagine 79

   





Machiavelli