Pagina (1413/1913)

   

pagina


Pagina_Precedente  Pagina_Successiva  Indice  Copertina 

      Da ciò segue 1. Che noi bene spesso sentendo negli antichi nostri, come nel Petrarca o nel Boccaccio questa medesima eleganza, vi sentiamo quello che non vi sentivano nè gli stessi autori nè i loro contemporanei, in quanto quelle voci o modi sono oggi divenuti eleganti col rimoversi, stante l'andar del tempo, dall'uso quotidiano, ma allora non lo erano.
      2. Che le lingue nel nascere delle loro letterature non sono capaci più che tanto di eleganza, e i lettori di allora neppur ve la cercano, non considerandola appena come un pregio, ovvero sentendo ch'ella è in molte parti impossibile.
      3. Che anche e notabilmente per questa ragione, le lingue nuove stentano moltissimo ad essere apprezzate in punto di letteratura, da coloro stessi che le parlano e scrivono, e ad esser considerate come capaci del bello e squisito stile ec.
      [1811]4. Che però i primitivi scrittori sono obbligati volendo dare a' loro scritti quell'eleganza che deriva dal pellegrino ec. di accostare spessissimo la loro lingua alla sua madre, siccome fecero i nostri, e siccome si fa ancora, non bastando l'antico fondo della nostra lingua (in buona parte anticato e brutto e rozzo) a quella peregrinità di voci, frasi, e forme che si ricerca all'eleganza. Ottimo partito è questo di avvicinarla ad una lingua, già formatissima, le cui ricchezze essendo la fonte delle nostre, tutto ciò che se ne attinge con giudizio, è come un'antica appartenenza della nostra lingua, che ha tanto di peregrino quanto può trovarsi nel mezzo fra l'elegante e il brutto che è cagionato parimente dallo straordinario, quando questo passa certi termini; e però il pellegrino che deriva dalle parole forestiere è ordinariamente brutto, o per lo manco non elegante.


Pagina_Precedente  Pagina_Successiva  Indice  Copertina 

   

Zibaldone. Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura
Parte Prima
di Giacomo Leopardi
pagine 1913

   





Petrarca Boccaccio