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      Quando Omero, introduce Priamo ai piedi d'Achille, quando ci commuove fino all'anima coll'amaro spettacolo di tanta grandezza ridotta a tanta miseria, quando par che impieghi ogni artifizio, che accumuli ogni circostanza, propria a destarci la compassione più viva, e nel tempo stesso ci rappresenta Achille, il protagonista del suo poema, il modello della virtù eroica da lui concepita, così difficile, così tardo a lasciarsi piegare, piangente sopra il capo di Priamo, non già le sventure di Priamo, ma le sue proprie e il suo vecchio padre, e il suo Patroclo, della cui morte esso [2768]Priamo era venuto a chiedergli in certo modo il perdono, quando finalmente non lo fa risolvere di concedere al supplichevole e infelicissimo re la sua misera domanda, se non in vista dell'ordine espresso già ricevutone da Giove per mezzo di Teti, senza il quale egli dimostra e fa intendere assai chiaramente che nè le preghiere nè il pianto nè il dolore nè tutto il misero apparato di quel re domo e prostratogli dinanzi, l'avrebbero vinto; a noi pare che questo Achille sia quasi un mostro, e che anche una virtù secondaria anzi minima, non che primaria, (come si rappresenta la sua in quel poema) anche molto più gravemente offesa, anche già meno acerbamente vendicata, anche con minori cagioni d'intenerirsi, avesse dovuto e commuoversi ben tosto, e sommamente, e concedere già molto prima di quel ch'ella fa, la domanda del supplichevole, e concedere anche assai di più, potendo [2769]farlo, e farlo di volontà sua.


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Zibaldone. Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura
Parte Seconda
di Giacomo Leopardi
pagine 1555

   





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