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      Ebbe ancora un momento la tentazione di mutar paese, ma un nuovo fatto lo fermò per sempre.
      In luogo di partire prese moglie; sposò una giovane figliuola di un onesto falegname, alla quale l'ottimo padre aveva dato una educazione per quei tempi del tutto straordinaria. Essa conosceva bene la lingua italiana, l'aritmetica, e la tenuta dei libri. È cosa, ripeto, da far trasecolare una cosifatta educazione per quei tempi, in cui le signore più eleganti non si vergognavano di non conoscere l'ortografia. Questa istruzione tornò utilissima alla giovane sposa, che prese subito parte ai lavori del marito, tenendo i conti, mandando le note, pagando gli operai, scrivendo la corrispondenza in una officina già ragguardevole il giorno stesso in cui vi entrò, ma che prese poi sempre più un incremento straordinario.
      L'opera di questa signora fu subito tanto più utile, in quanto che il Facta, socio del Moncalvo, non si dava nessun pensiero degli affari, e passava buona parte del tempo all'osteria. Le cose giunsero al punto che il Moncalvo credè bene di separarsi da lui all'amichevole sborsandogli una grossa somma di danaro. Il Facta, secondando pur troppo le sue inclinazioni, aprì un caffè, dove prese a giocare ai tarocchi e tracannare bottiglie di vino da mane a sera, per dare in tal modo il buon esempio agli avventori.
      Ricòrdati, lettore, che il principio della sua fortuna era stato un terno al lotto!
      Moncalvo intanto era diventato in Torino un personaggio popolare: i nobili ed i ricchi lo cercavano per la sua abilità e lo pregiavano pei suoi modi semplici, modesti, dignitosi, e per la sua onestà a tutta prova: i compagni d'arte non lo richiedevano mai invano di consiglio, ed anche di aiuto; gli operai lo amavano come un padre.


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Volere e potere
di Michele Lessona
pagine 482

   





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