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      Ed è perciò che la prima ha tutti i caratteri della sapiente e circospetta prudenza ed astuzia senile; l'altra tutti i caratteri della incruente e imprudente e sfacciata audacia di chi si sente giovane e forte.
      Infine, la classe ricca, non pel numero, ma per la sua forza e per le basi su cui si appoggia, rappresenta la maggioranza; - la classe infima, invece, la minoranza. Ora, è carattere psicologico di tutte le minoranze d'essere più audaci, più violente della maggioranza. Esse debbono conquistare, mentre questa non deve che mantenere ciò che ha conquistato, - si ha più energia per raggiungere un bene o uno scopo lontano, che non - raggiuntolo - per mantenerlo. La vittoria sfibra, mentre il desiderio di vincere aumenta il coraggio (Sighele, op. cit).
      È la riproduzione collettiva del fatto individuale per cui uno solo assalito da molti spiega una energia che non avrebbe se altri fossero insieme a lui. È la necessità della difesa che raddoppia le forze di chi è solo e più debole; è l'istinto della propria conservazione che si sveglia più possente dinanzi al pericolo e che dà all'organismo quello che suol chiamarsi il coraggio della disperazione.
      Nel campo criminale questa legge di natura non poteva venir meno e doveva quindi far sì che la classe infima, avendo a lottare contro avversari di essa assai più possenti, compensasse la propria debolezza colla violenza e coll'audacia dei mezzi.
      Fino ad un certo punto possiamo averne una dimostrazione anche in Italia. Nel 1869, la popolazione delle città nostre e grosse borgate, che non passava i 5 milioni e mezzo, diede una quota pressoché uguale di delinquenze a quella dei piccoli borghi, che toccava gli 11 milioni; ne' reati contro l'ordine pubblico, contro il buon costume la sorpassava del doppio, mentre uguagliavala, anzi le era inferiore, nei delitti contro le persone (Curcio, op. cit. pag.


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L'uomo delinquente in rapporto all'antropologia alla giurisprudenza ed alla psichiatria
(Cause e rimedi)
di Cesare Lombroso
Fratelli Bocca Editori Torino
1897 pagine 833

   





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