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      XXX. Luciano fu scettico non come retore, nè come filosofo, ma come artista. In un secolo dubitante di religione e di sapere, la bellezza non era viva: e quelle anime che nascevano impresse da lei, ed a lei tendenti, la vagheggiavano nella natura esterna, o nelle opere degli antichi: quindi Oppiano coi suoi poemi della Caccia e della Pesca; quindi i Comenti agli scrittori antichi, e i faticosi studi dei grammatici. Queste due specie di bellezze, l’una materiale, l’altra morta, non potevano avere che mediocri pittori: un pittore grande come poteva mirare e dipingere esteticamente quel secolo che era lordo di tutte le brutture? Perseo non poteva mirare in viso Medusa senza diventar pietra; ma Pallade Minerva gli diede lo scudo brunito e lucente, nel quale egli riguardando la Gorgone potè compiere la sua impresa. Così Luciano riguardando il male presente in uno specchio ideale, dipinge la bellezza. Ma dov’era questa bellezza, se il secolo era sì brutto? Era nell’anima sua, ed egli rappresenta l’anima sua in mezzo alle sozzure del suo secolo: o per meglio dire egli sa ravvisare la bellezza che è nell’anima umana quantunque contaminata, egli sa raccogliere la luce che cade sopra una pozzanghera, e sa rifletterla pura. Vi dipinge le cortigiane, e ve le fa piacere, non perchè la cortigiana sia bella e piaccia, ma perchè anche nell’anima della cortigiana v’è qualcosa di divino, che egli vede e rappresenta in mezzo alla miseria ed al vizio: come il poeta inglese dipingeva Riccardo III e lo faceva piacere, non perchè Riccardo era buono, ma perchè nello scuro abisso di quell’anima egli seppe trovare uno sprazzo di luce celeste, una forza ed una grandezza più che umana, e questo rappresentare.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Primo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1861 pagine 494

   





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