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      dice Ulisse quando gli espone l’ambasciata. E nel dipartirsi da uno, come,
      Godete, un immortale io son per voi,
      Non più uomo mortale.(2)
      Questo saluto non si dava in nessun tempo particolare, come ora la sola mattina: anzi si usava ancora nei cattivi augurii e nelle abbominazioni, come il Polinice d’Euripide, lasciando la vita, dice:
      Godete, già la notte mi ricopre.(3)
      E non solo era questa una formola di benevolenza, ma di nimicizia, e di non volersi più trattare: chè dire ad uno un lungo godi significa non curarlo più.
      Dicesi che primo Filippide il corriere, annunziando la vittoria di Maratona agli arconti che aspettavano ansiosi l’esito della battaglia, disse: Godete, vincemmo, e dicendo la novella morì, e spirò col godete in bocca. Cleone condottiero degli Ateniesi nel cominciare la lettera che scrisse dalla Sfatteria, pose il Godete, annunziando la vittoria quivi riportata, e la rotta degli Spartani. E dopo di lui Nicia scrivendo dalla Sicilia tenne lo stesso modo antico, cominciando anche così.
      Ma il buon Platone, a cui si deve credere perchè ei fa legge in queste cose, dà un bel godi a quel godi, lo scarta come meschino e senza garbo, ed invece introduce prospera, come formola conveniente al corpo ed all’animo. Ed ei scrivendo a Dionisio, lo garrisce che nell’inno ad Apollo disse godi al dio, parola che non pure agl’iddii ma agli uomini gentili non si conviene.
      Ed il divino Pitagora, benchè non ci volle lasciare scritto niente del suo, pure per quanto si raccoglie da Ocello Lucano, da Archita, e da altri discepoli suoi, scrivendo non cominciò mai nè da godi, nè da prospera, ma cominciava da sta’ sano.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Secondo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 538

   





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