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      Ermotimo. La sapienza, la costanza, il bello, il giusto, la conoscenza di tutte le cose e del come esse stanno: le ricchezze poi, gli onori, i piaceri, e quanti altri sono i beni del corpo, tutti lasciargli giù, e spogliandosene salire come Ercole che si bruciò sull’Oeta, e farsi Dio. E siccome quegli, deposto quanto di umano ebbe da sua madre, e portando pura ed intatta la parte divina, volò tra gli dei bene affinato dal fuoco; così coloro che dalla filosofia, come da un fuoco, sono purificati e spogliati di tutti questi che paiono beni mirabili agli sciocchi, giunti su la cima, diventano felici, e neppure ricordano di ricchezze, di gloria, di piaceri, anzi ridono di chi crede tali cose trovarsi lassù.
      Licino. Per Ercole su l’Oeta, tu me li dipingi, o Ermotimo, in una felicità inestimabile! Ma dimmi un’altra cosa: possono talvolta discendere di quella cima a piacer loro, per godere di ciò che hanno lasciato quaggiù; o è necessità che saliti una volta vi rimangano, e si stieno con la virtù, ridendosi delle ricchezze, della gloria, dei piaceri?
      Ermotimo. Non pure questo, o Licino: ma chi fosse perfetto nella virtù non saria soggetto nè ad ira, nè a timore, nè a desiderio: non sentirebbe più alcun dolore, alcuna passione.
      Licino. Eppure se non avessi un riguardo, se potessi dirla schietta.... ma convien tacere, e forse è un’empietà entrare nei fatti dei filosofi.
      Ermotimo. Niente affatto: parla, di’ quel che vuoi.
      Licino. Vedi, o amico, ho un certo riguardo.
      Ermotimo. Qui non c’è riguardi: tu parli a me solo.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Secondo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 538

   





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