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      Onde come si fu accorto che non poteva più bastare a sè stesso, volontariamente uscì di vita, lasciando tra i migliori dei Greci durevole memoria di sè. Non si restrinse ad una sola forma di filosofia, ma ne mescolò di molte, e non mostrò affatto di quale più si piacesse. Pareva avvicinarsi più a Socrate, benchè pel vestito e per la semplicità della vita sembrasse imitare Diogene; ma non falsava suoi costumi e maniere per essere ammirato e riguardato, viveva come tutti gli altri, senza superbia, facile con tutti in privato ed in pubblico. Non aveva l’ironia di Socrate, ma era pieno di grazie attiche nel conversare; per modo che dopo di aver ragionato con lui, dipartendoti, non lo spregiavi come ignobile, non lo fuggivi per acerbità di rimprovero, ma ti sentivi rifatto, più capace di virtù e più lieto, e con più belle speranze. E non fu mai veduto gridare, contendere, adirarsi, neppure se doveva sgridare qualcuno: riprendeva i vizi, ma perdonava ai viziosi, e diceva doversi imitare i medici che curano le malattie, e non si sdegnano con gli ammalati. Perocchè credeva che errare è degli uomini: ma sollevare chi è caduto nell’errore è di un Dio, o d’un uomo simile ad un Dio.
      Serbando questo tenore di vita, per sè non aveva bisogno di alcuno, per gli amici si adoperava facilmente: a quelli che parevano felici ricordava che non si gonfiassero per fuggevole fortuna; quelli che si lamentavano della povertà, dell’esilio, della vecchiaia, d’un malore, confortavali sorridendo: non vedete che fra breve i dolori cesseranno, i beni ed i mali si scorderanno, e tutti saremo liberi per sempre?


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Secondo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 538

   





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