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      E tanto non c'è peccato in queste immagini e similitudini che Omero, lodando le stesse dee, non dubitò di usare di paragoni bassi. Paragonò gli occhi di Giunone a quelli del bove. Un altro poeta disse che Venere ha le palpebre screziate di color di viola. E la ditirosata chi non la conosce, anche essendo poco pratico d'Omero? Eppure non è gran cosa se si dice che uno all'aspetto rassomiglia ad un dio; ma quanti ci sono che hanno i nomi stessi degl'iddii, e chiamansi e Dionisii, ed Efestioni, e Zenoni, e Posidonii, ed Ermeti?(109) Ci fu una donna detta Latona, moglie di Evagora re di Cipro; e pur la dea non se ne sdegnò, e avria potuto trasmutarla in sasso, come Niobe. Non parlo poi degli Egiziani che sono timoratissimi, e fanno un abuso de' nomi degli dei, e danno a quasi tutte le cose loro nomi celesti. Onde lascia stare tanto scandalo per questa lode: se nello scritto è qualche peccato contro la divinità, tu non ci hai colpa affatto, salvo se non ti credi in colpa per averlo udito; gli Dei castighino me, come prima di me castigarono Omero e gli altri poeti. Ma essi non hanno ancora castigato il principe de' filosofi che dice l'uomo essere immagine di Dio. Avrei molte altre cose a dirti, ma finisco per cagione di questo Polistrato, acciocchè possa ricordarsi di quelle che ho dette.
      Polistrato. Non so se posso, o Licino, chè hai parlato a lungo, e più del tempo che t'assegnava l'ampollina; pur tenterò di ricordarmi. Ed ecco che men vo difilato da lei, e con le orecchie turate, affinchè qualche accidente per via non mi sconfonda l'ordine delle cose, e poi non m'accada di esser fischiato dagli spettatori.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Secondo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 538

   





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