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      Questo povero asino, disse uno di loro, a che lo meniamo, se è inutile per l’unghia? Le robe porteremo parte noi, parte il cavallo. Così se n’andarono, menando solamente il cavallo.
      Era un bel chiaro di luna, ed io dicevo tra me: Sventurato, a che rimani più qui? Ti mangeranno i corvi e i loro corbicini. Non hai udito il disegno fatto su di te? Vuoi tu balzare in un precipizio? È notte, splende la luna, essi sono lontani: fuggi, sálvati da questi padroni omicidi. Così pensando fra me, vedo che non ero legato a nessuna parte, e che la cavezza onde mi tiravano, stava penzolone: questo specialmente mi spinse a fuggire, e uscendo a corsa me n’andavo. La vecchia come mi vide disposto a scappare, mi afferrò per la coda, e mi teneva. Io stimando che merita d’essere precipitato e malamente ammazzato chi si lascia prendere da una vecchia, la tirava: ella gridava e chiamava dentro la fanciulla prigioniera; la quale uscì, e vedendo la vecchia, novella Dirce attaccata a un asino, con un generoso ardire e degno d’un garzone disperato, mi salta addosso, cavalca, e tocca. Ed io per desiderio di fuggire, e spronato dalla donzella, trottavo come un cavallo; la vecchia rimase indietro. La fanciulla pregava gl’iddii che la salvassero con quella fuga; e a me diceva: Se tu mi porti dal babbo, o asino mio, io ti affrancherò di ogni fatica, e avrai un medinno d’orzo al giorno. Ed io che fuggivo dai miei carnefici, e speravo di aver aiuto e carezze se salvava la donzella, correvo senza curarmi della ferita.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Secondo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 538

   





Sventurato Dirce