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      Se vedeva che la salma poteva cadere e piegava da una banda, invece di toglier legne di qua e metterle di là dov’era più leggiera, per agguagliare il peso, che faceva? pigliava grosse pietre e le metteva alla banda leggiera dove la salma tentennava, e così io meschino scendevo dalla montagna carico di legne e di pietre inutili. La strada era attraversata da un ruscello, e noi dovevamo passarlo sempre; ed egli per risparmiarsi le scarpe, mi saltava in groppa dietro le legne, e tragittava il ruscello. Se talvolta per la stanchezza e lo sconvenevole peso io cadevo, allora sì il male era insopportabile. Chè non è a dire che ei scendeva, mi dava una mano, m’aiutava a levarmi di terra, mi toglieva anche la salma bisognando; egli nè scendeva, nè mi dava una mano, ma standomi sopra e cominciando dalla testa e dalle orecchie mi dava con quella mazza, finchè le mazzate mi facevano alzare. Ed ei mi faceva ancora un brutto scherzo. Raccoglieva un fascio di spine acutissime, lo legava, e me lo appendeva alla coda: le spine, come io camminavo, spenzolando mi pungevano e ferivano tutte le parti di dietro; ed io non potevo cansarmene, chè le stavano appese a me, e mi ferivano. Se io andavo piano per timore che le spine entrassero, moriva sotto le mazzate; se fuggivo dalla mazza, m’entrava quell’acuta faccenda di dietro. Insomma quell’asinaio aveva fitto il chiodo di ammazzarmi. Dacchè una volta sola pei molti strapazzi perdei pazienza e pur mossi un piè per tirargli un calcio, ebbe sempre a mente quel calcio.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Secondo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 538