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      Credo sia meglio accennar con mano, ed imporre di tacere.
      Giove. Fa’ pure così.
      Mercurio. Bene: eccoteli più muti dei filosofi. Parla ora. Ve’ come tutti riguardano in te, ed aspettano che dirai.
      Giove. Eppure m’interviene una cosa, che non ho vergogna di confessare a te, che mi sei figliuolo. Ti ricorda che sicurezza, e che gran voce io ho avuto sempre in parlamento?
      Mercurio. Mi ricorda, ed io tremavo a udirti parlamentare, specialmente allora che minacciasti di schiantar dalle fondamenta la terra ed il mare con tutti gli dei, calando quella catena d’oro.
      Giove. Ed ora, o figliuolo, non so se per la grandezza dei mali che ci sovrastano, o per la moltitudine che m’è dinanzi (chè l’adunanza è pienissima, come vedi), io mi sono smarrito, tremo, sento la lingua come legata; ma quel che è più nuovo, ho dimenticato il proemio dell’orazione che aveva preparato per entrare a parlare con un vistosissimo cominciamento.
      Mercurio. Oh, l’hai fatta grossa, o Giove. Questi sospettano del tuo tacere; e qualche gran male aspettano di udire, giacchè tu indugi tanto.
      Giove. Vuoi che io ricanti loro quel proemio di Omero?
      Mercurio. Quale?
      Giove. Ascoltatemi, o iddii tutti ed iddie.
      Mercurio. Bah! Ti bastino i versi che poco fa hai declamato a noi. Ma lasciali alla malora questi versi, e piglia quale vuoi delle orazioni di Demostene contro Filippo: vedi, raccozza, rabbercia un po’: così fanno molti oratori.
      Giove. Ben dici: questo è un breve espediente oratorio, è un mezzo facile quando non si ha che dire.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Secondo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 538

   





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